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Nel pantheon romano, accanto a Marte, dio della guerra per eccellenza, esiste una figura femminile meno nota ma potentissima: Bellona, dea della guerra, del furore bellico e della distruzione necessaria. Non è una divinità rassicurante, né conciliatrice. Bellona incarna la guerra nella sua forma più cruda, violenta e rituale, quella che precede e accompagna lo scontro armato.
Origini e identità di Bellona
Bellona è una dea di origine italica, probabilmente sabina, poi assimilata e integrata nel sistema religioso romano. Secondo le fonti, è considerata sorella, sposa o compagna di Marte, ma a differenza del dio, che rappresenta anche l’ordine militare e la protezione dello Stato, Bellona è la guerra come furor, come ebbrezza sanguinaria e perdita del controllo.
Il culto di Bellona era strettamente legato ai riti di dichiarazione di guerra. A Roma le era dedicato un tempio nei pressi del Circo Flaminio, fuori dal pomerium, il confine sacro della città. I suoi sacerdoti, i Bellonarii, durante le cerimonie si ferivano volontariamente, offrendo il proprio sangue alla dea in uno stato di trance.
Il Circo Flaminio, situato nel Campo Marzio meridionale, vicino al Tevere, era una vasta area circolare che ospitava un breve circuito da gare e diverse costruzioni e monumenti.
Bellona rappresenta una dea femminile che non genera, ma distrugge. È una figura che incarna il lato oscuro e trasformativo del femminile sacro, ricordandoci che il divino non è solo armonia ma anche caos.
Il nome Bellona deriva dal latino bellum, che significa guerra. Tuttavia l’aggettivo italiano “bello” non deriva da bellum, bensì da bellus, che indicava qualcosa di grazioso e piacevole. L’assonanza è puramente fonetica e non etimologica.

La dea Bellona e la Storia dell’arte
La dea romana Bellona, ha avuto una presenza pittorica più rilevante nell’arte moderna che in quella antica. Una delle raffigurazioni più celebri è la Bellona di Rembrandt Van Rijn (1633), oggi al Metropolitan Museum of Art di New York.
La dea è raffigurata armata, solenne e teatrale, resa con il tipico chiaroscuro barocco.
Un’altra importante rappresentazione è quella allegorica di Peter Paul Rubens, che nel ciclo pittorico di Maria de’ Medici conservato al Louvre di Parigi, raffigura la sovrana nelle vesti di Bellona, trasformando la dea in un simbolo di potere politico e forza militare.
Nella statuaria, Bellona compare già in età romana, probabilmente venerata come statua nel tempio di Campo Marzio, nell’area dell’attuale Teatro di Marcello.
Le rappresentazioni scultoree la mostrano con elmo, lancia e scudo. In epoca neoclassica la figura della dea è ripresa come allegoria della guerra e del potere militare, entrando in programmi decorativi celebrativi e monumentali. Pur non essendo tra le divinità più raffigurate dell’immaginario classico, Bellona attraversa i secoli come simbolo della dimensione più energica e distruttiva del conflitto, assumendo soprattutto un valore allegorico e politico.
Un’interpretazione moderna e particolarmente intensa della dea è la Bellona di August Rodin, realizzata in bronzo intorno al 1879 – 1880 e oggi conservata al Musée Rodin di Parigi. Si tratta di una testa femminile dai tratti sconvolti, con la bocca spalancata in un grido e i capelli agitati, lontanissima dall’equilibrio classico. Rodin non raffigura la dea con attributi tradizionali, ma ne fa una personificazione drammatica e quasi primordiale della furia della guerra, trasformando il mito in potente espressione emotiva.
Per chi invece volesse visitare i resti del tempio romano di Bellona nella città eterna, non deve fare altro che recarsi nell’area prossima al Teatro di Marcello. Oggi restano in piedi pochi resti visibili, ma il luogo conserva un importante valore storico, poiché qui il Senato romano riceveva ambasciatori stranieri e generali vittoriosi prima della celebrazione del trionfo.
Figura meno nota rispetto ad altre dee del pantheon romano, Bellona attraversa i secoli trasformandosi da dea guerriera a potente allegoria della forza e del conflitto.
Dall’antico Campo Marzio alle reinterpretazioni moderne, la sua immagine continua a evocare l’energia, la tensione e l’ambivalenza della guerra, dimostrando come il mito, anche quando non è tra i più celebrati, sappia lasciare tracce profonde nella memoria artistica e culturale dell’Occidente.
Rosa Maria Garofalo


