Piccoli capolavori di scultura vegetale la cui cura e contemplazione inducono all’armonia interiore.

Di Alberto Piastrellini

Osservare un bonsai è sempre un’esperienza che tocca corde nascoste nel profondo dell’animo.

Quel piccolo abete, quell’acero fronzuto, quella quercia contorta e vecchissima sembrano un fotogramma in campo lunghissimo di un fantastico bosco ideale dove gli alberi hanno una forma precisa e rispondono a determinate associazioni di idee.

Poi ci si avvicina e si scopre la magia delle proporzioni complessive che creano quell’illusione: il reticolo della corteccia, la forma coerente del tronco, le foglie in miniatura, minuscole “colline” di muschio che incorniciano la base della pianta in un paesaggio sereno e severo al tempo stesso ove, ugualmente, la forma armonica del vaso contribuisce a costituire un frammento di realtà che parla del tutto.

L’arte di far crescere le essenze arboree in piccoli vasi, ingrossando il tronco ed “educando” i rami per conformarli ad un disegno complessivo che risponde a canoni estetici precisi si è sviluppata in Giappone a partire dal VI Secolo, allorquando studenti e diplomatici del Sol Levante tornarono dalla Cina della dinastia Tang con vasi contenenti “giardini in miniatura” chiamati penjing.

Nei secoli successivi l’approccio filosofico Zen favorì, come in molti altri aspetti della vita e delle attività quotidiane, il fiorire di una disciplina ibrida, in questo caso connubio fra botanica, giardinaggio e scultura volta a produrre “piante in ciotola”: bonsai, infatti, è il termine nato dall’unione dei caratteri bon (ciotola) e sai (piantare), con l’obiettivo di riprodurre in casa, per il proprio e l’altrui godimento, un’opera vivente in grado di suggerire sensazioni quali solo le grandi manifestazioni della natura possono evocare.

La forza di una conifera abbarbicata alla roccia della montagna piegata negli anni dal vento impetuoso, oppure la contorta maturità di un albero secolare o, perché no, l’assurda perseveranza della vita che prospera anche in condizioni estreme come nel caso di un albero spaccato dal fulmine o quello che cresce in uno strapiombo sul vuoto.


La contemplazione della natura nello svolgersi del tempo e del ciclo stagionale ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella cultura nipponica e non è un caso, quindi, che l’arte bonsai abbia trovato lì il terreno fertile per il suo sviluppo e la sua codificazione.

Un’arte gentile e perennemente in progress dal momento che le piante in vaso crescono e si sviluppano normalmente e solo la pazienza e gli interventi continui del bonsaista ne contengono la vegetazione (attraverso potature mirare, selezione delle gemme apicali, accorciamento delle radici, messa in forma dei rami…).

Proprio questa indeterminazione temporale dell’opera, che può benissimo sopravvivere al suo creatore (quello dell’impermanenza è un concetto alla base di molte manifestazioni “artistiche” giapponesi) rende queste preziose sculture verdi estremamente preziose e ricercate.

Tuttavia, il pur importante piacere estetico non deve mai far dimenticare che ci si trova davanti a creature viventi; nella pratica bonsai l’intervento umano, che pure c’è, dovrebbe essere il meno evidente possibile e le caratteristiche generali della pianta non dovrebbero mai essere snaturate per costruire un’immagine fittizia ed improbabile quand’anche ricercata.

La stessa codificazione degli stili: eretto formale, eretto informale, a boschetto, a cascata, a semi-cascata, a “scopa rovesciata”, inclinato, a “tronchi gemelli”, a radici su roccia o nella roccia, a “zattera” segue regole precise alle quali il bonsaista saggio dovrebbe conformarsi per evitare disastri che, in questo campo significano: morte della pianta, oppure, nel “migliore” dei casi, risultati pessimi e tristi dal punto di vista dell’immagine finale.

La bellezza dei bonsai e la loro capacità di essere punti di attrazione in casa (molti interior designer li utilizzano apposta, sbagliando), non deve farci dimenticare che non sono soprammobili!

Le piante hanno le loro esigenze specifiche, di solito trattandosi di alberi, dovrebbero essere posizionati all’esterno ed entrare in casa solo per brevi periodi (ad esempio durante l’eventuale fioritura o durante la massima attività vegetativa per goderne dello splendore) e, in quel caso, attenzione, perché il microclima di una casa è molto diverso dall’esterno e basta poco per distruggere un piccolo capolavoro.

Non è difficile avvicinarsi a quest’arte: serve tanta pazienza e tanto amore per la natura (oltre che, naturalmente, ottimi maestri dai quali apprendere “i segreti del mestiere”), senza dimenticare l’umiltà e la discrezione.

La bellezza ci insegna che il suo miglior pregio è la fragilità.

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