Lo stato di salute dei mari ci fa riflettere sull’uso di prodotti cosmetici, tessili ed imballaggi che contribuiscono alla produzione di rifiuti che spesso, poi, ci tornano sul piatto.

Di Eleonora Sbaffi

 

Si sente sempre più spesso parlare del problema delle microplastiche, disperse soprattutto in mare, causa di effetti nocivi sull’ambiente e, forse, sulla salute dell’uomo.

Ma com’è nato il fenomeno e perché ha raggiunto tali dimensioni da costituire un’allerta globale?

 

La microplastica è quel materiale eterogeneo e microscopico che si trova in sospensione nei mari del mondo. Deriva dalla frantumazione di pezzi più grandi di plastica galleggiante causata dal moto ondoso, dall’attrito con delle rocce e dall’azione dei raggi UV del sole. Questo materiale che non si biodegrada, spesso si raggruppa in grandi “isole” che prima o poi affondano e si sbriciolano, col tempo, in minuscole particelle.

 

A questo punto entrano nella catena alimentare, ingerite dapprima da microorganismi che a loro volta sono mangiati da predatori sempre più grandi, fino ad arrivare ai pesci che consumiamo come alimento.

 

Ma non è solo la nostra incuria nella gestione dei rifiuti a creare i presupposti delle microplastiche in mare. Molte ci arrivano attraverso vie più dirette; ad esempio, quelle che si trovano all’interno delle creme esfolianti e in certi prodotti cosmetici come glitter e scrub… che contengono microsfere e chip in polietilene.

 

Le microplastiche nei prodotti cosmetici

Questo materiale è presente in quantità considerevoli nella maggior parte dei prodotti che usiamo per la cura del nostro corpo; un articolo apparso su “La Stampa” afferma che solo in Italia ci sono 37 aziende che producono ben 81 prodotti che contengono plastica e che vengono venduti come naturali.

Parliamo di docciascrub, creme esfolianti ma anche dentifrici. Il problema nasce dal fatto che i filtri degli scarichi delle nostre case non trattengono questa microplastica che, quindi, finisce in mare.

 

Un articolo sul sito di Skytg24, ricorda quanto materiale ognuno di noi riversa in mare usando questi prodotti: 100 mila particelle versate da docciascrub e ancora, 74 tonnellate provenienti dai soli dentifrici. Le creme esfolianti invece, contengono 750 mila particelle di microplastica in un solo flacone da 250 ml. Si pensi solo a moltiplicare queste quantità per i miliardi di prodotti venduti giornalmente!

 

Ognuno può verificare se i prodotti che acquista contengono microplastiche, controllando se nell’INCI (l’etichetta degli ingredienti di un prodotto) viene citata la parola “polietilene”.

A questo punto è la consapevolezza del consumatore che fa la differenza.

 

L’Italia, che è il produttore del 60% del make-up mondiale, ha già cominciato il cammino per la riduzione di plastica inutile nella cosmetica, ad esempio fermando la produzione di bastoncini per la pulizia delle orecchie non biodegradabili, e sta lavorando per eliminare le microplastiche nei cosmetici.

 

Una nota catena della grande Distribuzione sta già pubblicizzando come nei prodotti cosmetici commercializzati col suo marchio non sono presenti microplastiche.

 

Anche l’abbigliamento ha le sue responsabilità.

La maggior parte di abiti che indossiamo, i cosiddetti capi sintetici, pratici ed economici, sono prodotti con fibre provenienti anche da materiale riciclato, apparentemente una buona pratica di riciclo, ma poi ci si è accorti di un problema: dopo diversi lavaggi, le microfibre si sfilacciano e rimangono nell’acqua di lavaggio; i filtri che montano gli elettrodomestici non sono però in grado di trattenere questi filamenti sintetici che quindi finiscono in mare. È difficile calcolare quante microfibre plastiche ognuno di noi riversa in mare…e siamo 7 miliardi e mezzo di persone!

 

Alimentazione e salute: i rischi delle microplastiche

E a livello alimentare? Quanto siamo esposti a questo tipo di materiali?

L’alimento più contaminato dalla plastica è il pesce, che ingerisce le microparticelle attraverso la catena alimentare. Se, nel caso dei pesci, tendiamo a scartare l’apparato digerente ove si accumulano le maggiori quantità, questo non avviene quando assumiamo l’animale intero, come nel caso dei molluschi (cozze, vongole, patelle, ostriche…) o crostacei (granchi, aragoste, canocchie…).

 

Anche il sale e il miele però sono alimenti contaminati da microplastiche. Un articolo de “Il fatto alimentare” ci informa della presenza di microplastiche nel miele ma non come esse ci siano effettivamente arrivate. Diverse sono le opinioni a riguardo: alcuni sostengono l’ipotesi che derivino dal processo produttivo, altri dicono siano già presenti nei fiori, nel polline e nel nettare, dove pervengono o dal vento o dall’acqua piovana.

Per quanto riguarda il sale marino il campione esaminato in Italia da Greenpeace risulta positivo al test delle microplastiche, come anche altri 36 campioni di 39 prelevati in tutto il mondo.

 

Microplastiche nell’acqua in bottiglia?

Una ricerca apparsa su “La Repubblica” ha verificato la contaminazione da plastica trovata in 242 su 259 bottiglie di acqua prese in esame. L’inquinamento da plastica sarebbe avvenuto nel momento dell’apertura del tappo. Quindi anche l’acqua che beviamo quotidianamente contiene microplastica.

 

Quali sono i rischi a questa esposizione? Come possiamo limitarli?

Vista la recente scoperta del fenomeno, non esistono studi certi che provino gli effetti a lungo termine da esposizione alle microplastiche, sulla nostra salute.

Ma certamente il principio di prudenza ci dovrebbe spingere a prevenire utilizzando contenitori di vetro piuttosto che di plastica, per conservare i cibi, e utilizzare prodotti freschi invece che quelli confezionati o troppo imballati.

Non sottovalutiamo questo fenomeno che ancora non conosciamo abbastanza e che del quale, soprattutto, non siamo certi degli effetti sulla nostra salute.

 

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