Un viaggio tra aromi, Paesi e culture scritto su un’esile filo di fumo

Di Alberto Piastrellini

Un sottile filo di fumo azzurrino sale verso il soffitto e spande intorno un aroma sensuale che sa d’Oriente e di magia.

È l’incenso, prodotto di origine naturale che da sempre accompagna i momenti fondamentali della vita dall’Africa, all’Europa, dal vicino Oriente all’estremità dell’Asia intessendo un continuo dialogo tra religioni, riti, filosofie e semplice quotidianità.

Un dono della Natura che, oltre alle note proprietà aromatiche per il quale è universalmente conosciuto, nasconde anche caratteristiche interessanti dal punto di vista della salute e del benessere.

Cerchiamo di scoprirle insieme in un viaggio da Mille e Una Notte.

Il nome incenso designa genericamente tutta una serie di oleoresine secrete da piante del genere Boswellia. La Boswellia sacra, tipica dell’Oman meridionale (Dhofar) produce a partire dai 10 anni di età la resina lattescente che, fatta stillare mediante incisioni del tronco e lasciata asciugare al sole forma dei cristalli dorati ed ambrati di incenso. La raccolta, per non stressare troppo la pianta, avviene nel periodo aprile-ottobre e si effettua per non più di quattro volte l’anno.

L’incenso dell’Oman è storicamente il più noto e il più costoso data l’alta qualità delle sue caratteristiche.

In Arabia, Yemen ed Oman, l’uso dell’incenso non è legato alle pratiche liturgiche, ma viene usato quotidianamente come purificante degli ambienti domestici, per allontanare gli insetti fastidiosi per profumare vestiti e capelli. Inoltre, la farmacopea tradizionale gli attribuisce proprietà interessanti nel combattere le affezioni dell’apparato respiratorio (espettorante, anticatarrale e antisettico) mentre il suo olio essenziale viene distillato per la preparazione di profumi a base oleosa e per rimedi della pelle (cicatrizzanti ed astringenti).

Come semplice fonte di aroma naturale, il profumo dell’incenso induce un piacevole relax predisponendo la mente alla riflessione e alla meditazione (non a caso viene utilizzato nella preghiera in molte culture non solo orientali).

Malgrado manchino a tutt’oggi evidenze cliniche sulla sua assunzione in qualità di vero e proprio farmaco, la medicina ayurwedica lo consiglia per i dolori reumatici e come tonico.

La prudenza in questi casi è d’obbligo, tuttavia se ci fermiamo alla semplice degustazione olfattiva degli aromi sprigionati dalle resine naturali allora si apre un mondo di piaceri pressoché infiniti e che solo la visita ad un negozio specializzato consente di approcciare. In verità anche curiosare tra le bancarelle etniche e per gli eventi dedicati ai prodotti naturali è un buon modo per mettersi in caccia.

Scopriremo allora che nel variegato mondo dell’incenso vi sono tante resine consimili in grado di sprigionare con la combustione fumi aromatici dalle mille note diverse: il Makko (Machilus thunbergii), la Canfora del Borneo (Dryobalanops aromatica), il Benzoino di Sumatra (Styrax sp), il Guggul (Commiphora wightii), l’Incenso dorato (Boswellia papyrifera), il Balsamo del Tolu (Myroxylon toluifera), la Mirra (Mirra commiphora), il Labdano (Cistus monspeliensis), l’Opoponace (Commiphora opoponax), il Sandalo indiano bianco (Santalum album) lo Storace (Liquidambar orientalis) e tanti altri.

Per gustare questi aromi suadenti che vanno dal balsamico resinoso all’opulente rotondità dei sentori orientali dolci e secchi, occorre dotarsi di un piccolo bruciaincensi o turibolo; un contenitore in metallo, pietra o terracotta in grado di sopportare il calore dei carboncini a lenta combustione sui quali si spargono i grani di resina. I vapori, salendo, vengono raffreddati nella parte conica del turibolo al fine di esaltare gli aromi e farne esplodere le sfumature olfattive che si sprigionano dai vari fori che decorano il turibolo stesso.

In commercio se ne trovano di tutti i tipi e per tutte le tasche, sono oggetti affascinanti e preziosi tanto nelle forme tradizionali orientali che presentano decori e arabeschi voluttuosi, tanto nelle linee più moderne ed essenziali. In stile etnico o di design, l’importante è ricordarsi che durante la combustione del carboncino aumentano di molto la loro temperatura esterna, quindi è meglio non toccarli quando sono in funzione (a meno che non abbiano manici o piedistalli), né appoggiarli su superfici che potrebbero risentirne.

Un capitolo a parte lo merita il cosiddetto incenso in bastoncini o bastoncini d’incenso, vere e proprie ricette composte che mescolano non solo resine, ma anche frammenti di corteccia, fiori e foglie aromatiche polverizzati e “legati” ad una sottilissima essenza lignea che ne favorisce la combustione lenta in grado si sprigionare i fumi aromatici.

In questo caso le possibilità di mescolare essenze ed aromi sono ancora più variegate; attenzione, però che, nella miscela non siano presenti oli e sostanze di origine industriale o, comunque, non naturale (le resine pure in grani solitamente hanno un costo più elevato rispetto a conetti e bastoncini che si possono trovare ovunque a pochi Euro).

E per finire, una curiosità: nel lontano Giappone, all’incenso è dedicato tutto un cerimoniale a metà fra esclusivo passatempo, arte, meditazione e cammino di elevazione spirituale.

È il kodō, la Via dell’incenso che nasce dall’introduzione della tecnica dell’incenso impastato con altri aromi, introdotta in Giappone nel periodo Nara (710 d.C.-794 d. C) ad opera di un monaco buddista. Nei secoli il piacere di sperimentare raffinate combinazioni aromatiche in grado di interagire con l’umore ed il flusso delle stagioni ha prodotto incensi particolari (detti takimono) usati per profumare l’ambiente, i vestiti, i capelli, le pareti delle case tradizionali (in carta di riso) e, anticamente, anche stravaganti competizioni culturali ove è l’aroma dell’incenso (da indovinare a mo’ di gara) ad evocare questo o quel testo. L’incenso, quindi, come un elegante codice di comunicazione ipertestuale.

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