Shakespeare ha scritto di gelosia appassionata, di sete insaziabile di potere, di sangue e morte, di faide familiari e di vendette terribili, ma sapeva anche “assottigliare” la sua scrittura fino al punto di descrivere la grazia e la delicatezza di una fata.

di Anna Rita Rossi

Le tragedie del bardo sono note a tutti: forti passioni agitano i suoi personaggi che spesso sembrano essere trascinati da un inesorabile destino.
Ma all’interno delle sue tragedie e nelle commedie trovano spazio figure che alleggeriscono la narrazione e sembrano alleviare il pesante fardello che la sua “umanità letteraria” deve costantemente sopportare.

Tra queste creature leggiadre, una figura che mi ha sempre affascinato è quella della regina Mab (una fata che compare anche in altre opere della letteratura del XVII secolo) che Shakespeare nomina nel suo dramma Romeo e Giulietta (atto I Scena IV) attraverso le parole di Mercuzio, amico di Romeo e un vero acrobata delle conversazioni; un personaggio dalla lingua sciolta e dallo spirito pronto che anima i suoi discorsi con punte di cinismo, qualche nota osé e un’arguzia sottile.

La capacità del narratore di rendere la natura sostanziale di una fata è davvero mirabile.
Inizia descrivendo le dimensioni infinitesimali della creatura: in forma non più grossa di un agata all’indice di un anziano e in grado di sostare sul naso di qualcuno mentre è addormentato.
A questo punto, la fantasia prende la briglia al narratore che si profonde in una serie di metafore per descrivere la leggerezza di questo personaggio che si avvale di un suo corteo fatto di atomi e di un esclusivo e minuto cocchiere: un moscerino in livrea grigia.

Persino la sua carrozza è un’opera di alta ingegneria, un gioiello di minuzie prive di peso e di spessore: i raggi delle ruote del suo carro son fatti di esili zampe di ragno; il mantice di ali di cavallette, le tirelle del più sottile ragnatelo; i pettorali di umidi raggi di luna, il manico della frusta di un osso di grillo, la sferza di un filamento impercettibile.

Non è facile trovare parole più adeguate per descrivere la leggerezza nelle sembianze di un personaggio.
Shakespeare, attraverso le parole di Mercuzio, descrive la regina Mab con tanta dovizia di dettagli da renderla viva ai nostri occhi: possiamo vederla sfilare nel suo cocchio [che] è un guscio di nocciola, lavorato dal falegname scoiattolo o dal vecchio verme, da tempo immemorabile carrozzieri delle fate.

Mentre seguiamo il percorso vorticoso della minuscola fata che si avvia al galoppo attraverso i cervelli degli amanti [o si destreggia] sulle ginocchia dei cortigiani […] sulle dita dei legulei [o] sulle labbra delle dame che immantinente sognano baci, il tempo sembra arrestarsi per la durata di un sospiro o forse di un anno luce.
Nessuno può dire per quanto ci siamo assentati dalla realtà, imbrigliati nel sogno, forse, solo la regina Mab può saperlo, ma lei, come commenta Romeo: Taci, taci, Mercuzio, taci! tu parli di niente, è talmente inconsistente che non riusciremmo neppure a sentire la sua risposta.

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