Tra raffinato passatempo e forma di espressione simbolica, un’arte antica che richiede calma, concentrazione e tanta fantasia e creatività.

Di Alberto Piastrellini

Le dita della mano intente a realizzare pieghe precise nella carta washi e dopo pochi gesti, semplici e complessi al tempo stesso, ecco che dalla quasi bidimensionalità del foglio sboccia un piccolo miracolo in forma di coniglio.

La pratica dell’origami (l’arte giapponese del piegare la carta il cui nome deriva dall’unione dei termini oru: piegare e kami: carta), reca con sé tutto un portato a metà fra piacere, raffinato passatempo e meditazione tipico dell’approccio alla vita degli abitanti del Sol Levante, approccio che vede nella contemplazione e riproduzione inspirata e non pedissequa di forme naturali la più alta forma di penetrazione nell’essenza del mondo.

Foto di Giusy Fratepietro

Pratica, questa che si sposa con un ideale estetico estremamente profondo e minimale che da secoli accompagna la vita di tutti i giorni: “In verità tutte le cose piccole sono belle”, scriveva l’aristocratica poetessa giapponese Sei Shōnagon più di mille anni fa nella sua opera più nota “Note del guanciale” e ancora oggi questa considerazione sembra guidare la mano di artisti e artigiani di ogni sorta: nella musica, come nella pittura, nella letteratura come nelle arti minori.

Ma non è solo pura ricerca estetica quella che guida la creatività di tanti piegatori di carta giapponesi; in passato l’origami aveva un significato più profondo che richiamava principi filosofici e religiosi legati all’impermanenza delle cose umane, al ciclo della vita e della morte e alla sua accettazione come parte di un percorso più ampio.

Lo stesso materiale usato in quest’arte, la carta (il termine kami in giappone indica anche un oggetto di venerazione della fede shintoista e può anche indicare uno Spirito o un Dio), con la sua fragilità suggerisce l’effimero dell’uomo e delle sue produzioni; la forma che assume, con le pieghe, invece, può essere riprodotta nella sua essenza infinite volte.

C’è poi un altro aspetto che caratterizza l’origami, quello del dono simbolico, come nel caso del noshi che richiama la forma stilizzata di un mollusco marino che, tagliato ed essiccato, veniva offerto come dono cerimoniale già nel 1300, o della rana il cui significato simbolico risiede nella doppia interpretazione che il nome dell’anfibio assume (rana in giapponese si pronuncia kaeru, ma la parola in sé indica anche il concetto di “ritorno a casa”), senza contare la classica gru (simbolo di immortalità) o gli stupefacenti e complessi kusudama (che richiamano nella loro opulenza le sfere di fiori, spezie ed erbe medicinali che anticamente si usavano appendere all’esterno delle case per allontanare spiriti maligni e malattie).

Foto di Giusy Fratepietro

Forme animali e vegetali sempre più complesse e favolose caratterizzano la produzione origamistica mondiale oggi, che, uscita dal Giappone, da più di quarant’anni affascina i creativi di tutto il mondo generando associazioni, circoli, contest e gare a livello nazionale ed internazionale ove originalità, creatività, ingegno e fattura creano effimere opere d’arte perfettamente riproducibili (purché l’autore ne renda note le pieghe e la sequenzialità delle stesse).

Ma non solo, la tecnica dell’origami, così come la calligrafia, ha da subito intrigato i pedagogisti che vi ravvisano ottime caratteristiche per lo sviluppo della manualità e del pensiero nei più piccoli; senza contare che persino alcuni matematici (e sono tanti fra gli origamisti gli studiosi di numeri e geometria ed ingegneria) creano ed utilizzano modelli origami per spiegare i concetti di tassellazione dello spazio e per realizzare forme solide complesse (come i solidi platonici e i loro derivati) la cui produzione, con altre tecniche, sarebbe presso che impossibile.

 

E per chi volesse avvicinarsi a questa pratica?

Manuali e libri specializzati abbondano e sono continuamente pubblicati da svariate case editrici.
Naturalmente internet consente di scaricare una infinità di tutorial video in varie lingue, così come diversi autori e siti mettono a disposizione disegni e passaggi per realizzare questo o quel modello, dai più semplici ed intuitivi ai più complessi che richiedono, a volte, anche diverse decine di fogli piegati a moduli incastrabili fra di loro (perché la colla è severamente bandita!).

Tipi di carta, fanno la differenza: magari le prime volte ci si può cimentare nelle pieghe basilari con la semplice carta bianca da stampante, ma acquisita una certa dimestichezza, sarà il senso pratico, oltre che quello estetico di ognuno a spingere verso la sperimentazione con altre carte a seconda dei modelli da realizzare, tenendo presente che grammatura, flessibilità, porosità e “memoria” fanno la differenza, così come, textures della stampa, colori e disegni di fondo.

Lo stesso oggetto, realizzato con carte e colori diversi assume una sua personalità intrinseca e, nel caso degli origami modulari, poi, l’abbinamento cromatico produce effetti sempre nuovi e sorprendenti.

Foto di Giusy Fratepietro

Voglia di provare?

Spazio alla fantasia allora. Una volta entrati nel loop anche un vecchio ritaglio di carta vi sembrerà utile per sperimentare o per realizzare qualcosa di fragile ed effimero: per riempire un momento vuoto, per dare un tocco personale alla scrivania, per far giocare un bambino o semplicemente per lasciare una traccia di sè.

Foto di Giusy Fratepietro

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