Tarpea, la donna che tradì Roma

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Tra mito, storia e simbolo, la figura di Tarpea continua a interrogare il nostro modo di giudicare il coraggio, il tradimento e il destino delle donne.

Il volto femminile di uno dei miti più controversi di Roma

Ci sono figure della storia e del mito che sembrano condannate a vivere per sempre sotto un’unica etichetta. Tarpea è una di queste. Per oltre duemila anni il suo nome è stato associato al tradimento, tanto che ancora oggi la Rupe Tarpea richiama l’idea della punizione riservata ai traditori.

La vicenda si colloca negli anni immediatamente successivi alla fondazione di Roma da parte di Romolo. Dopo il ratto delle Sabine, i Sabini guidati da Tito Tazio mossero guerra contro Roma. Tarpea, vestale e figlia di Spurio Tarpeo, comandante della rocca capitolina, avrebbe aperto le porte della città in cambio di ciò che i guerrieri portavano sul braccio sinistro. Credeva di ottenere i loro bracciali d’oro; essi invece le gettarono addosso gli scudi, uccidendola. Le fonti antiche, tuttavia, non concordano. Alcuni autori suggeriscono che Tarpea volesse disarmare i Sabini, altri che fosse stata ingannata o che il racconto fosse stato trasformato in un esempio morale. Il luogo in cui fu sepolta prese il nome di Rupe Tarpea (Saxum Tarpeium), la parete rocciosa del Campidoglio da cui a Roma erano tradizionalmente precipitati i traditori della patria. La sua figura divenne così il simbolo del tradimento, mentre la Rupe Tarpea fu associata alla punizione dei colpevoli. Eppure gli studiosi moderni leggono il mito anche come una riflessione sul ruolo delle donne nei racconti fondativi di Roma e sulla complessità della memoria storica. Per queste ragioni, il mito di Tarpea è rimasto controverso fino ai nostri giorni.

Il mito di Tarpea e la Storia dell’Arte

Nell’arte e nella letteratura antica, Tarpea (o Tarpeia) è spesso rappresentata mentre è schiacciata dagli scudi dei Sabini, immagine potente della fragilità umana e dell’ambiguità del destino. Le principali fonti sono Tito Livio, Plutarco e Dionigi di Alicarnasso, che tramandano versioni differenti della leggenda, segno della sua ricchezza interpretativa. Nelle arti visive, dunque, il mito si concentra esclusivamente sul momento drammatico del supplizio sotto la montagna di scudi. In epoca romana antica il mito si fa vedere sulle monete della Repubblica e dell’Impero, infatti, appare sui celebri denari romani (come quello di L. Titurius Sabino, 89-87 a.C., e di Petronio Turpiliano, 20 a.C.). Tarpea vi è scolpita semisepolta da un cumulo di scudi ovoidali, spesso con le braccia spalancate in segno di supplica. Il fregio della Basilica Emilia, scolpito nel I secolo a.C., presenta una rappresentazione dinamica ed ellenistica della scena. Tarpea è al centro, in ginocchio e travolta dagli scudi che i guerrieri sabini le lanciano violentemente addosso. Questo bellissimo fregio si può ammirare a Roma, nel Museo di Palazzo Massimo alle Terme.

Nel Rinascimento, con la riscoperta dei testi classici, l’episodio fu ripreso in stampe e incisioni (come quella celebre di Agostino Veneziano nel ‘500). Tarpea fu inserita all’interno dei cicli dedicati agli exempla (esempi di virtù e di vizi) rappresentando l’avarizia e la punizione divina o civica. Nel periodo illuminista e neoclassico il mito di Tarpea figurò talvolta nelle decorazioni di palazzi e in pittura da cavalletto, riletto come parabola politica sul valore inderogabile della lealtà alla patria di contro la brama personale.

La Rupe Tarpea: da rocca del supplizio a terrazza panoramica

Oggi la Rupe Tarpea appare del tutto spogliata dell’alone cupo e spaventoso che l’ha accompagnata per secoli nell’antichità. Situata sul versante meridionale del colle Campidoglio, la ripida parete di tufo arancione e dorato sbalza sopra Via della Consolazione e si fonde con le spettacolari architetture rinascimentali e barocche della zona. L’area, restaurata e valorizzata insieme all’affascinante Giardino Belvedere di Villa Tarpea, si è trasformata in uno degli affacci più romantici e spettacolari della Capitale.

I visitatori che salgono sulla terrazza panoramica non cercano più il luogo di condanna dei traditori della patria, ma uno sguardo unico sui resti del Foro Romano e sul Palatino.

Oggi la roccia non incute più terrore, ma regala ai turisti una delle cartoline più emozionanti ed eterne di Roma.

Rosa Maria Garofalo

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