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Per ritrovare la vera origine del completo a due pezzi non bisogna guardare alle passerelle moderne, ma fare un salto indietro nel tempo di oltre sedici secoli, nel cuore della Sicilia tardo imperiale. L’articolo è diviso in due parti. (prima parte)
Dalle atlete di Piazza Armerina ai secoli dell’invisibilità
Nel pavimento a mosaico della celebre Villa romana del Casale, a Piazza Armerina in provincia di Enna, la cosiddetta “Sala delle Dieci Ragazze” offre una testimonianza visiva e storica straordinaria. Le giovani donne raffigurate non stanno prendendo il sole in riva al mare, ma si allenano con dedizione e rigore: corrono, lanciano il disco, giocano con la palla e s’incoronano vincitrici. L’indumento che indossano le ragazze è sorprendentemente identico al bikini contemporaneo. Si tratta di un completo funzionale formato dallo strophium, una fascia di tessuto usata per contenere e sostenere il seno durante il movimento, e dal subligaculum, una sorta di slip di stoffa o pelle legato sui fianchi. Nell’antica Roma questo completo non serviva per fare il bagno, bensì per garantire alle donne la massima libertà di movimento durante l’esercizio fisico, coniugando praticità ed eleganza atletica. Con il passare dei secoli e il mutare delle convenzioni culturali e religiose, la naturalezza con cui l’antichità guardava al corpo scoperto andò progressivamente perduta.
Durante l’epoca vittoriana e fino ai primi decenni del Novecento, il bagno in mare divenne un rituale rigido, fortemente regolato e improntato al totale nascondimento delle forme.
I costumi da bagno femminili dell’Ottocento erano pesanti abiti in lana o cotone strutturato, completi di pantaloni lunghi, calze e persino pesi di piombo cuciti negli orli per evitare che l’acqua sollevasse le gonne scoprendo le gambe. Il corpo femminile doveva rimanere interamente celato alla vista, e la libertà di movimento era sacrificata in nome di una severa etica del pudore.
Bisognerà attendere i primi decenni del XX secolo, insieme alle prime rivendicazioni d’indipendenza femminile e alla diffusione dello sport all’aria aperta, per veder progressivamente accorciare maniche e gonne lungo le spiagge occidentali, gettando le basi per la successiva e definitiva rivoluzione del costume.

Dagli anni Quaranta ai Sessanta
Nel luglio del 1946, in una Francia che cercava con determinazione di rinascere dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, la moda estiva subì un’accelerazione improvvisa e scandalosa. A contendersi il primato della brevità furono due creatori parigini: Jacques Heim, che lanciò l’atomo (Atome), definito “il costume da bagno più piccolo delmondo”, e poche settimane dopo l’ingegnere e sarto Louis Réard.
Réard andò oltre ogni convenzione dell’epoca, creando un modello ancora più ridotto composto che sole quattro strisce triangolari di stoffa a stampa di giornale.
Il costume lasciava scoperto l’ombelico, un limite fino allora del tutto inviolabile per il comune senso del pudore. Nessuna modella professionista accettò di indossarlo in pubblico, tanto che Réard dovette ingaggiare Micheline Bernardini, celebre danzatrice del Casino de Paris. Per battezzare la sua creazione, Réard scelse un nome molto evocativo: Bikini, ispirato all’atollo delle Isole Marshall dove gli Stati Uniti avevano condotto i loro test nucleari pochi giorni prima. Il messaggio commerciale e culturale era chiarissimo: l’impatto di quel costume sulla società dell’epoca sarebbe stato esplosivo quanto una bomba atomica. La reazione delle autorità e dell’opinione pubblica fu immediata. Il bikini fu prontamente vietato sulle spiagge d’Italia, Spagna, Portogallo e lungo la costa atlantica francese, mentre le associazioni religiose ne condannarono apertamente l’uso. A cambiare radicalmente la percezione collettiva fu l’intervento decisivo della cultura pop e del cinema degli anniCinquanta.
Nel 1953, una giovanissima Brigitte Bardot posò in bikini sulla spiaggia di Cannes durante il Festival del Cinema, attirando i riflettori dei media internazionali. Pochi anni dopo, nel 1956, il film “E Dio creò la donna” la consacrò definitiva icona di stile e libertà. Parallelamente, in Italia, attrici del calibro di Sophia Loren, Lucia Bosè e Gina Lollobrigida indossavano il due pezzi sulle pagine dei rotocalchi, trasformandolo in un simbolo di grazia, prosperità e rinascita economica.
La scena del 1962 in cui Ursula Andress emerge dalle acque nei panni di Honey Rider in “Agente 007 – Licenza di uccidere” consacrò definitivamente il bikini bianco a mito globale del cinema e della moda. Nella seconda parte si analizzeranno gli anni Settanta fino ai nostri giorni.
Rosa Maria Garofalo







