Opi, la dea dimenticata dell’abbondanza

Loading

Se pensiamo ai grandi nomi del pantheon romano, la mente corre subito a Minerva, Giunone o Venere. Eppure, c’è una divinità più antica e silenziosa che ha retto le sorti dell’antica Roma garantendone la prosperità: Opi, nota anche come Ops, la dea dell’abbondanza, della terra e della fertilità agricola.

Origini e significato del mito


Moglie di Saturno e madre delle principali divinità olimpiche, tra cui Giove, Nettuno e Cerere, Opi rappresenta la generosità della Terra Madre. Il suo stesso nome affonda le radici nel vocabolo “latino” opus, che significa lavoro o opera, ma anche risorsa e ricchezza. È proprio da questa matrice linguistica che derivano termini moderni come opulenza e operosità. Per la società romana, Opi non era una semplice astrazione poetica, bensì la personificazione viva del suolo fertile e la garanzia che il sudore dei campi si sarebbero tradotto in sostentamento per l’intera comunità.

La devozione per Opi era scandita dai ritmi stagionali dell’agricoltura e celebrata in due momenti fondamentali dell’anno. La prima ricorrenza, nota come Opiconsivia, cadeva il venticinque agosto ed era strettamente legata alla mietitura e alla conservazione del grano nei granai sacri, rappresentando un solenne ringraziamento per il raccolto estivo.

La seconda festività, gli Opalia, si teneva il diciannove dicembre durante i Saturnali, quando la terra riposava nel freddo invernale e s’invocava la protezione sulle scorte accumulate per superare i mesi più rigidi.
Durante le cerimonie sacre a lei dedicate, i fedeli eseguivano un gesto di straordinaria potenza simbolica. Diversamente da quanto accadeva per gli dei celesti, per i quali si alzavano le mani al cielo, chi invocava Opi si sedeva o si chinava a terra, toccando direttamente il suolo con le palme. Questo contatto fisico esprimeva una profonda umiltà e la volontà di sintonizzarsi con la forza viscerale della materia che genera la vita.

I simboli dell’abbondanza: la cornucopia e le spighe


Nell’iconografia classica, Opi è definita da attributi ben precisi che ne mostrano la funzione benefica. Il simbolo per eccellenza è la cornucopia, il corno d’abbondanza colmo di frutti, cereali e fiori. Secondo il racconto mitologico, il corno apparteneva alla capra Amaltea, nutrice di Giove, e fu spezzato per errore dal giovane dio. In seguito, fu benedetto affinché si riempisse ininterrottamente di qualsiasi cosa, il suo possessore desiderasse, diventando così l’emblema universale della prosperità inesauribile.
Accanto alla cornucopia, la dea è frequentemente raffigurata con un fascio di spighe di grano nella mano destra, simbolo del pane e della sicurezza alimentare, e con uno scettro o una corona turrita nella sinistra, a testimonianza del suo ruolo sovrano di protettrice delle città e della terra edificata.

L’eredità artistica e la statuaria classica


Dal punto di vista artistico, la figura di Opi ha lasciato testimonianze di grande rilievo nella scultura romano imperiale e nella numismatica. Le statue classiche la mostrano di solito matronale e solenne, assisa su un trono per evidenziare la sua stabilità terrena, vestita con un ricco peplo dalle pieghe morbide.
Un celebre esempio di raffigurazione scultoria è la statua conservata al Louvre di Parigi dove Livia Drusilla, nobildonna romana, moglie dell’imperatore Augusto, è rappresentata come la dea Opi. Analoghe raffigurazioni si ritrovano sui rilievi di altari romani e sulle monete imperiali, in particolare sotto i regni di Antonino Pio e Marco Aurelio.

Su queste monete, la figura di Ops Augustaera incisa per celebrare periodi di pace, stabilità economica e abbondanza dei raccolti, trasformando l’immagine della divinità in un vero e proprio strumento di propaganda politica e rassicurazione sociale. Riscoprire oggi la figura di Opi significa riflettere sul nostro legame con i ritmi naturali e con la memoria della terra. In un’epoca caratterizzata dalla frenesia e dall’immediatezza, la dea dell’abbondanza ci ricorda che la vera ricchezza non nasce dal caso o dall’eccesso, ma dalla pazienza, dalla cura del territorio e dal profondo rispetto per i cicli vitali. Opi ci insegna che la prosperità autentica richiede lavoro, dedizione e la capacità di custodire con gratitudine i frutti che la natura ci offre.


Rosa Maria Garofalo

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *